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Tutto mi sembra, men che una marcia trionfale. Mi riferisco, ovvio, ai ballottaggi. Dove il PD conferma la sua forza, in presenza però di alcuni segnali in controtendenza. Livorno, in primo luogo. E poi Perugia e Padova. C’è qualcosa che scricchiola, che riguarda in generale il rapporto degli italiani con la politica, ma che concerne pure la 'presa' del PD (di un partito ‘marchio’) sui territori. Senza le Europee a fare da traino, senza l’effetto Renzi, senza l’onda mediatica, il conto si riduce al giudizio dei cittadini sull’operato locale della Giunta e sulla qualità territoriale della politica (oltre che sulle recenti vicende giudiziarie). Il partito ‘svuotato’, se non c’è Renzi a fare spettacolo, manifesta tutta la propria limitatezza quando si tratta di mostrarsi autorevole, in carne e ossa dinanzi ai cittadini. Il paradosso (nemmeno tale) è il seguente: più trascina il Capo a livello nazionale, più cedono tuttavia le ‘gambe’ locali e si stracciano i legami con i cittadini reali, quelli che chiedono sviluppo urbano, servizi, decoro, qualità della vita, e non si contentano di 80 euro in busta, molti annunci e una generica propensione alle ‘riforme’ . La vita delle città (la ‘vita’ pubblica tout court, direi) è fatta di cose reali, di cose che vorremmo funzionassero, di servizi che invece stentano, di una ‘fatica’ della qualità urbana che tutti scontano direttamente, ogni giorno, testardamente, senza intermediari mediatici, senza ‘avatar’ sondaggistici a fare da schermo o da alibi.

Insomma, si torna sempre lì, a bomba: il partito del Capo, pur vincente, appare inadeguato a interloquire coi cittadini reali, tutt’al più si rivolge ai loro sembianti, ‘comunica’ con figure di mediazione dedotte dai sondaggisti, e anche quando distribuisce 80 euro, lo fa verso cittadini-tipo di cui si immaginano appena i contorni, le sfumature sociali, ma in modo approssimativo, vista la profonda distanza che resta tra il front-man politico e la minuteria reale della platea. Non è un caso che i primi commenti al voto indichino già la prossima direzione di marcia, ossia fare in periferia quel che è già stato fatto al centro: nuovissima classe dirigente, facce giovani, annunci portentosi e magari il sorgere dal nulla di un nuovo ‘capetto’ locale per riprodurre in sessantaquattresimi il Renzi di governo. La politica degli avatar, insomma. “La rottamazione è solo iniziata” conferma Nicodemo, facendo intuire che presto dilagherà in periferia. Ma il rischio di questo incaponirsi sul modello (per ora) vincente, di rievocare sempre il fantasma della rottamazione, rinvigorendo il paradigma ‘vecchio-nuovo’, è che alla fine ci si convinca davvero che tutto si possa ridurre al mero ribaltamento locale delle poltrone, e non se ne intuisca invece il reale, antico rischio di fondo: la consegna finale, mani e piedi, ad alcuni potentati locali, in ragione dell’impossibilità di impiantare sul posto un modello mediatico-politico valido (al più) al centro, ma solo in parte nelle grandi città e men che mai nelle città medie o piccole. Il cittadino reale mal si adegua agli astratti schemi comunicazionali e alla ‘calda’ storytelling ottimistica del Capo, affamato com’è di servizi che funzionino oppure di decoro e di qualità urbana che non si vedono. L’alternativa resta sempre la stessa: il voto di scambio, oppure di appartenenza, o al contrario quello di protesta. Se manca la politica o la si riduce alla formula ideologica della ‘rottamazione’, da questa secca e mortificante alternativa ('fedeli a qualcuno o lontani da tutto') non si sfugge di sicuro.

Pubblicato il 11/6/2014 alle 10.27 nella rubrica Politica.

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